Intervista all’Hujjatulislam ‘Abbas Di Palma sulla Rivoluzione Islamica dell’Iran

In occasione del trentesimo anniversario della vittoria della benedetta Rivoluzione Islamica dell’Iran, abbiamo intervistato il Presidente dell’Associazione Islamica Imam Mahdi, l’Hujjatulislam Damiano ‘Abbas Di Palma.
L’Hujjatulislam Di Palma ha studiato scienze Islamiche sia nelle scuole religiose tradizionali - quali la “Hawzah ‘Ilmiyyah” di Londra, la “Hawzah Imam Khomeyni” di Damasco e la “Hawzah ‘Ilmiyyah” della città santa Qom - che in istituti accademici quali l’“Università Islamica per gli studi superiori” e l’università “Middlesex” di Londra, e la facoltà di lingua araba dell’università di Damasco. Sin dalla sua fondazione, ricopre l’incarico di Presidente dell’Associazione Islamica “Imam Mahdi (aj).
Secondo alcuni studiosi la Rivoluzione Islamica in Iran è stato un fenomeno del tutto innovativo, il quale avrebbe introdotto precetti del tutto estranei alla tradizione sciita originaria. Altri invece dicono che si sia trattato di un ritorno ad un Islam arcaico e medievale ove lo Stato e il governo vengono concepiti in termini puramente teocratici. Secondo lei quale è l’opinione più corretta?
Personalmente non credo che si possa giudicare un fenomeno di tale portata in accordo a criteri del genere, in cui si vede o solo il bianco o solo il nero, oppure si è conservatori o riformisti, eccetera. Tale approccio superficiale e assai poco scientifico si basa su due presupposti antititetici che hanno ben poca familiarità con l’Islam, essendo di fatto stati dedotti e “presi in prestito” da prospettive laico-liberali e, in un certo senso, contro-rivoluzionarie. In realtà l’Islam, nel corso della storia, è stato soggetto ad un proprio progresso e sviluppo che necessita di essere analizzato in accordo alla realtà che gli è propria. Esso, infatti, rappresenta una forza dinamica la quale non potrà mai trovare nessuna risposta nelle analisi e nelle riflessioni basate originariamente su criteri umanistici, rinascimentali o illuministici. In realtà il problema inerente al moderno e all’obsoleto coinvolse esclusivamente la Chiesa ma non ha di certo nessuna relazione con il mondo Islamico. La Rivoluzione Islamica è stata piuttosto la naturale risposta delle masse popolari Islamiche, le quali coltivavano in loro stesse il bisogno di trovare la propria vera identità alla luce delle numerose ed evidenti aggressioni culturali ed egemoniche di cui, per anni, furono vittime. Non credo assolutamente che la Rivoluzione Islamica non abbia la benché minima familiarità con l’Islam originario, così come non credo che si tratti di un fenomeno reazionario e nostalgico del suo trascorso storico. L’Imam Khomeyni, che fu alla guida della Rivoluzione, non volle nè islamizzare la modernità né tantomento modernizzare l’Islam ma piuttosto volle presentare l’Islam così com’era, alla luce degli insegnamenti divini, attraverso un linguaggio e una metodologia d’azione in accordo alle esigenze contemporanee della comunità Islamica. Non vi è quindi nessuna “rottura” con la tradizione religiosa né alcun legame ossessivo con le circostanze spazio-temporali del passato.
E’ ben noto, comunque, che molti dotti e sapienti del passato abbiano enfatizzato l’aspetto quietista della religione sciita affermando che durante il periodo dell’occultazione del dodicesimo Imam, nessun governo è da considerarsi legittimo così come non lo è l’impegno politico.
Si tratta di un’opinione priva di alcun fondamento che non appartiene certo ai giuristi imamiti, i quali hanno sempre e ripetutamente enfatizzato il loro consenso unanime sull’argomento. Il sacro Corano stesso afferma: “Coloro che non governano in accordo a ciò Iddio a fatto scendere, ebbene questi sono i miscredenti” (5:44). Anche le tradizioni degli Imam - come il tawqi’ di Ishaq Ibn Ya’qub, la maqbulah di ‘Umar Ibn Hanzalah e la tradizione di Abu Khadijah – portano testimonianza della necessità di un governo, o perlomeno di una tutela legale e un legittimo punto di riferimento politico per le genti, anche durante il periodo dell’occultazione del dodicesimo Imam.
Una delle critiche mosse contro il governo Islamico, e più in particolare contro la dottrina della wilayatul-faqih promossa dall’Imam Khomeyni, riguarda l’ideale teocratico, incarnato dallo stesso wali faqih, che viene spesso visto come una forma dittatoriale di governo, in contrapposizione alla democrazia, che non lascia spazio alla libera opinione e alle scelte della popolazione.
L’argomento della wilayatul-faqih è antico quanto la storia della giurisprudenza sciita e nessun giurista si è mai pronunciato contrariamentae a tale principio. Il punto di divergenza tra alcuni giuristi riguarda piuttosto i limiti dell’autorità di un giurisperito. L’Imam Khomeyni concepiva il principio della wilayatul-faqih in maniera assoluta (mutlaqah). Ciò non ha niente a che vedere con un sistema di governo dittatoriale come alcuni individui, spinti da ignoranza o malafede, hanno voluto far credere. Piuttosto, il principio della wilayatul-faqi al-mutlaqah conferisce al giurisperito competente e qualificato un’autorità assoluta di governo, dovesse questi andare anche contro il significato apparente di certi versetti coranici o di certe tradizioni a motivo di circostanze spazio-temporali. Si tratta comunque di un argomento che necessita di uno studio particolare del fiqh e dell’usul al-fiqh che non può essere certo discusso tra
persone inesperte o aventi poca familiarità con la giurisprudenza Islamica. In ogni caso, il sistema di governo promosso dall’Imam Khomeyni risulta infine essere tutt’altro che dittatoriale. Gli stessi mujtahidin che eleggono il wali faqih sono, di fatto, eletti dalla popolazione. Dall’altro lato, comunque, un governo Islamico, stabilitosi attraverso il volere popolare, dovrà salvaguardare l’aspetto religioso. Per questo motivo ogni legge approvata dal parlamento, il Majlis (eletto dal popolo attraverso le elezioni) dovrà essere, a sua volta, approvata anche da un “Consiglio di guardiani” composto da 6 mujtahid (scelti dal wali faqih) – i quali verificano la conformità di una legge nei confronti della shari’ah – e da 6 esperti di legge (eletti dal parlamento stesso) – i quali verificano la conformità di una legge nei confronti della costituzione del paese. In caso di dissenso tra il Parlamento e il “Consiglio dei guardiani”, la legge verrà discussa dal “Consiglio per l’interesse pubblico” (composto da persone di rilievo provenienti da ogni strato della società) il quale dovrà prendere una decisione definitiva con l’assenso e la conferma del wali faqih (il quale dovrà tenere conto di tutti i problemi sorti durante il processo di approvazione). Da questo disegno generale ne risulta che il sistema Islamico di governo promosso dall’Imam Khomeyni rende partecipe sia l’intera popolazione che ogni possibile organo Statale, creando un rapporto unico e senza precedenti tra il popolo e il governo non solo nella storia del diritto Islamico ma anche in quella del diritto in generale, e non può trattarsi di dittatura o despotismo.
Pare che la Rivoluzione Islamica, secondo lei, abbia tutte le basi necessarie per un futuro alquanto positivo. Ma come potrà l’Iran assicurarsi il successo sul piano internazionale considerando le notevoli differenze ideologiche che ha con l’Occidente?
I problemi dell’Iran Islamico con le potenze espansioniste occidentali ci sono sempre stati. Purtroppo il sostegno dell’Occidente dato a gruppi infiltrati o terroristici da un lato e l’aggressione culturale dall’altro hanno fatto sì che la Repubblica Islamica dell’Iran fosse vittima di una grande propaganda diffamatoria nei suoi confronti. Ieri si insisteva molto sulla presunta mancanza di diritti umani, oggi si fa pressione sulla questione nucleare e Dio solo sa domani cos’altro ci aspetta. Ovviamente niente di tutto questo intacca negativamente lo spirito del paese il quale si basa, prima di ogni cosa, sulla fede in Dio e non può certo rammaricarsi per i capricci di chi ha scelto, per principio, di essergli un dichiarato nemico. Comunque sia, la politica occidentale dello “stai zitto e ubbidisci” non produce effetti positivi quando si ha a che fare con un vero Stato Islamico; questa è una lezione che gli Stati Uniti e l’Europa stanno,
pian piano, imparando e, presto o tardi, essi dovrebbero perlomeno comprendere di dover ammorbidire i propri toni ed essere più onesti in relazione all’utilizzo che fanno dei mass-media. Certo, dall’altra parte spetterà all’Iran trovare le risposte giuste ed appropriate ad ogni attacco sia di natura bellica che culturale. Si tratta di una sfida assolutamente da non sottovalutare.
Un’ultima domanda: come possono i principi della Rivoluzione Islamica essere accettati universalmente da tutti i musulmani, quando molte personalità importanti non hanno in essa un ruolo effettivo come le autorità religiose di Najaf ed a volte anche della stessa Qom?
Un governo Islamico necessita di un certo numero di esponenti i quali hanno ciascuno una determinata responsabilità. Il compito di formare un governo non spetta quindi ad ogni singola autorità Islamica ma ad un numero sufficiente di sapienti religiosi e persone competenti che, insieme, lavorino per salvaguardare e tutelare la società con i suoi membri. Ne consegue che non ogni autorità Islamica necessita di essere inserita nella struttura di governo. Per esempio esiste un solo wali faqih nonostante più persone, a livello teorico, potrebbero avere le qualità e la competenza per esserlo. Lo stesso discorso vale per qualsiasi altra carica di governo, parlamentare, giudiziaria o altro. Di fatto, a Qom ci sono molte autorità religiose che non sono coinvolte direttamente nel governo Islamico, né hanno interesse a farlo, ma che, al contempo, esortano i propri studenti a prender parte alla politica del paese ed addiritura negli organi di Stato.
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