Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Benevolo

ISLAMSHIA

SITO DELL'ASSOCIAZIONE ISLAMICA IMAM MAHDI (A.J.)
PER CONOSCERE ED APPROFONDIRE L'ISLAM SHI'ITA
31 Luglio 2010 19 Sha’ban 1431
 

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Intervista: i Basij si raccontano

Durante lo scorso santo mese di Ramadan (nel settembre 2008) due membri dell’Associazione Islamica Imam Mahdi sono stati ricevuti, all’interno dell’Università “Khabar” di Tehran, dal fratello Ehsan Yavari. Scopo della visita era la realizzazione di un’intervista ad un esponente del movimento popolare islamico iraniano dei Basij. I Basij, infatti, sin dalla loro nascita, sono stati oggetto di attenzioni particolari e continue da parte di mass-media e studiosi occidentali, che tranne rarissime eccezioni, hanno teso a interpretare e presentare il movimento popolare islamico iraniano in modo falso e fazioso. Nostra intenzione era invece quella, forse per la prima volta in Italia, di dare la parola ai diretti interessati, per fornire l’opportunità ai nostri connazionali di conoscerli per ciò che realmente sono e fanno, e non attraverso la lente distorta e malevola dei  nemici della verità. E’ così che abbiamo brevemente spiegato al nostro intervistato che le domande e le questioni toccate nel corso dell’intervista avrebbero riguardato tematiche generali, in modo da presentare il movimento e la sua opera a coloro che poco o nulla conoscono al riguardo, come nel caso di gran parte del pubblico italiano. Prima di iniziare l’intervista, il fratello Yavari ci ha tenuto a precisare che gli italiani già possiedono un eccellente e grande esempio di Basij: il martire Edoardo Agnelli.

Ehsan Yavari è nato il 1981 a Kermanshah, nell’Iran occidentale. Laureato in Giurisprudenza all’università “Imam Sadiq (as)” di Tehran, ha ottenuto il Phd in Giurisprudenza (penale e criminologia) presso l’università “Allame Tabatabai”, sempre a Tehran. E’ stato responsabile del Basij universitario dell’università “Allame Tabatabai” e da circa dieci anni è membro attivo del Basij del suo quartiere e di quello universitario. Attualmente è vice-presidente della sezione culturale studentesca dell’università di “Khabar”, la più importante università di giornalismo del Medio Oriente.

Col Nome d’Iddio Clemente e Misericordioso

Vorremo iniziare dal nome stesso del vostro movimento, ed i motivi che portarono alla sua fondazione.

Bismillah ir-Rahman ir-Rahim
Basij letteralmente significa “unione di un gruppo di persone per raggiungere un determinato obiettivo”.

Questo termine è stato usato per la prima volta dall’Imam Khomeyni: “I mustadhafin (diseredati) del mondo devono riunirsi (fare basij) e distruggere il palazzo dell’oppressione e del dispostismo e sforzarsi per realizzare gli obiettivi dell’Islam.”

La nascita di Basij ha luogo un anno dopo la Rivoluzione Islamica. In quel periodo vi era l’esigenza di un’organizzazione che difendesse la Rivoluzione. Basij aveva quindi principalmente una funzione militare e successivamente diventò la base del Sepah Pasdaran-e Enqelab-e Eslami (Esercito delle Guardie della Rivoluzione Islamica) con il compito di essere da esso organizzato e preparato. Un esercito che in realtà sorgeva dal popolo; insegnanti, lavoratori, medici, studenti, contadini: si trattava delle persone che credevano nella Rivoluzione, nei suoi ideali e cercavano di proteggerla.

Dopo venne il tempo della guerra. Esistevano anche altre forze armate in Iran, ma la maggior parte del peso della guerra era sulle spalle del Basij. L’Iraq, con tutte le sue armi ed equipaggiamenti, cercava di rovesciare il governo islamico iraniano. Il suo obiettivo principale era rovesciare il neonato governo rivoluzionario dell’Iran con l’aiuto e il pieno appoggio dell’arroganza.

In una tale situazione il dovere di Basij era essere presente per difendere i valori della Rivoluzione Islamica; il ruolo principale fu quindi nel campo bellico, perché l’offensiva irachena era militare e quindi occorreva difendersi.

È da aggiungere che l’Imam Khomeyni disse: “In un paese islamico tutti devono essere militari”. Era un periodo in cui noi dovevamo difendere ciò che avevamo realizzato, quindi tutti dovevano ricevere insegnamenti militari e questo fatto si è realizzato in un corpo militare come Basij. Il Basij si era formato nel cuore del Sepah-e Pasdaran e per questo motivo, dopo la guerra, conformemente a quanto stabilito dall’Imam, vi è rimasto. Anche Sepah-e Pasdaran era un organo leale della Rivoluzione, sorto dal suo cuore, per proteggerla.

Che significa Pasdar? Pasdar è chi protegge e difende una cosa, e Sepah-e Pasdaran-e Enqelab-e Eslami (l’Esercito delle Guardie della Rivoluzione Islamica), era la miglior base per organizzare Basij, e ancor oggi continua le sue attività.

Adesso Basij ritiene come proprio dovere impegnarsi in ogni campo in cui la Rivoluzione, anzi l’Islam, ha bisogno d’aiuto, di lavoro e di sforzo. Se osservate bene, ci sono settori di Basij in ogni componente della società: c’è il Basij dei medici, degli insegnanti, dei lavoratori, degli studenti, dei professori, ecc.

Per fare un esempio, nel medesimo Basij degli studenti universitari in cui sono attivo, non si riscontra attività di tipo militare, poiché oggi il nostro dovere non è questo, in quanto le nostre priorità sono altre. Quando io ero responsabile del Basij universitario nella mia università avevo stabilito tre priorità per gli studenti:

1- il lavoro scientifico: siccome Basij come saprete segue l’Ayatullah al-Udhma Seyyed Khamenei come Guida suprema dei musulmani, ogni sua parola è per noi un ordine e lui ha posto come attività principale degli studenti quella scientifica, con l’obiettivo di raggiungere i più alti livelli della scienza e diventare quindi totalmente indipendenti dagli altri.

2- la seconda nostra priorità è nel campo culturale. Dobbiamo cercare di approfondire il nostro credo religioso e valorizzare la nostra cultura, proteggerli dall’attacco culturale dell’Occidente, rafforzare l’ambiente religioso nelle università e infine proteggere il ricordo dei martiri e di coloro che prima di noi hanno fatto dei sacrifici per l’Islam e per la Rivoluzione.

3- la terza priorità è quella politica: noi crediamo che un musulmano deve avere una buona conoscenza riguardo la situazione politica del paese e del mondo. Noi non consideriamo il Basij un’organizzazione politica, ma i Basiji devono conoscere bene la situazione politica della società in cui vivono, nel senso che devono poter individuare l’amico e l’avversario, analizzare correttamente la situazione e le posizioni assunte dal nemico.

L’attività politica per noi significa avere la conoscenza dell’ambiente che ci circonda, dei gruppi e delle correnti politiche attivi nella nazione e della politica dei paesi con cui abbiamo rapporti.

Anche l’attività fisica è importante per noi, infatti il Basij è, nel nostro paese, una delle più rilevanti e attive organizzazioni sportive; questo non perché teniamo a vincere le medaglie, ma perché crediamo che un paese in cui la maggiorparte della popolazione è giovane - e la vivacità dei giovani dipende dalle loro attività - più è attivo più diventa dinamico. Per questo motivo crediamo che occorra favorire le attività sportive.

Possiamo dire che Basij si impegna in ogni campo in cui vi è la necessità di operare. Qualche anno fa, per esempio, grazie alla vaccinazione generale di tutti i bambini realizzata dai Basiji, in Iran è stata sradicata la poliomielite.

Un altro esempio: nelle catastrofi naturali come terremoti, alluvioni ecc. Basij entra subito in azione, come nel caso del terremoto di Bam: la più forte organizzazione attiva nell’aiutare le persone colpite era quella di Basij, cioè i suoi volontari.

Un altro esempio è quella della costruzione. Adesso una delle sezioni di Basij molto attive è Basij-e Sazandeghi, cioè “Basij della costruzione”, la quale è attiva nella costruzione dei villaggi più remoti del paese. I volontari vanno lì e aiutano la gente nell’agricoltura, nella costruzione di scuole, ospedali ecc. e anche nel campo culturale e istruttivo.

Quali sono le modalità per poter entrare nel Basij e le sue condizioni?

Al momento, la sede di Basij nelle varie zone è la moschea di ogni quartiere. La persona interessata, frequentando la moschea, può conoscere i membri di Basij e tramite loro prendere contatto con l’organizzazione. Tra l’altro, se voi parlate con la gente, tutti conoscono il Basij e sanno che i suoi membri sono dei volontari del popolo.

Oggi se uno studente entrando nell’università è interessato a fare qualche attività extra in un ambiente sano e religioso, quasi sicuramente sceglie Basij. Ci sono anche altre organizzazioni e altri gruppi che sono attivi nelle università e, grazie a Dio, in Iran c’è assai libertà per le attività di correnti con idee diverse, ma tra tutti questi Basij è uno dei più radicati, per la sua attività, per l’organizzazione, per i suoi ideali e valori e soprattutto perché non è un’organizzazione politica e non dipende da alcun partito o gruppo politico. Coloro che hanno un pensiero indipendente e cercano solo di realizzare gli ordini del Wali Faqih scelgono Basij.

Bisogna dire che la maggior parte dei membri entrano in Basij tramite conoscenza personale, nel senso che Basij non fa quasi nessuna attività promozionale tramite i media, i manifesti ecc. Succede spesso per esempio che io, in quanto Basiji, conosco il tuo interesse per le nostre attività e ti propongo di farne parte.

Ci sono delle condizioni particolari per poter entrare in Basij?

No. Non c’è nessuna condizione particolare per potervi entrare. L’ingresso è quasi libero per tutti. Quasi nel senso che, per esempio per poter entrare nel Basij universitario, devi ovviamente essere uno studente universitario. Anche per Basij di altri ambienti è lo stesso. Ma il Basij del quartiere non è così, tutti possono partecipare e per esempio uno può essere sia nel Basij del quartiere che in quello dell’università. Adesso quasi in tutti i quartieri c’è una sede di Basij.

Quale è la struttura interna e l’organizzazione gerarchica del vostro movimento?

La gerarchia in Basij non ha tanta importanza. Uno dei punti forti di Basij è che non importa chi è dirigente e chi semplice militante. In Basij c’è questa cultura: chi vuole spendere più tempo ed è più capace a dirigere diventa “responsabile”, non capo! E’ importante questo. Non diventa comandante ma responsabile, cioè sente maggiormente la responsabilità di operare e vuole dedicarvi più tempo, perché si tratta di un lavoro volontario e nessuno viene pagato per le attività svolte o riceve dei privilegi particolari. Chi ha più a cuore la questione e ha più tempo da impiegare diventa responsabile.

Ma nelle organizzazioni militari come Sepah-e Pasdaran le cose sono differenti ed in esso devono essere rispettate le regole militari. Per esempio il comandante di tutte le forze armate è il Wali Faqih, dopodiché viene il comandante generale di Sepah-e Pasdaran, poi il comandante di ogni forza (per esempio truppe, l’aeronautica e la marina di Sepah-e Pasdaran) e quella di Basij, poi il comandante di ogni regione della Resistenza (cioè ogni regione del paese), poi il comandante di ogni sezione, e alla fine di ogni quartiere.

I responsabili sono spesso sorti dagli stessi membri di ogni quartiere. Il responsabile di grado più alto osserva i membri e la loro attività, sceglie come responsabile il più preparato, gli altri  accettano perché sanno che colui che è scelto ha più tempo, è più capace e quindi può diventare responsabile.

L’ingresso in Basij è riservato ai soli cittadini iraniani o vi sono all’interno anche dei membri stranieri?

Certo. Quando ero all’università “Allame Tabatabai” a Tehran c’erano degli studenti indiani nel Basij e gli abbiamo affidato anche delle responsabilità. C’erano anche degli altri studenti stranieri che venivano e dicevano di essere interessati ad avere delle attività in Basij e noi li accoglievamo con le braccia aperte. Ciò vuol dire che non c’è nessun limite per accettare i membri stranieri. Noi non consideriamo il Basij un’organizzazione esclusiva degli iraniani. Se vi ricordate la frase dell’Imam Khomeyni che ho citato all’inizio, questo è Basij dei mustadhafin di tutto il mondo. Noi diciamo cioè che chiunque, in ogni angolo del mondo, ha al cuore la realizzazione della giustizia, dell’Islam, della frase “La ilaha Illallah” (non vi è altra divinità al di fuori d’Iddio), della Mahdawiyah (l’attesa e la fede nell’Imam Mahdi, n.d.t.) e chiunque combatte l’ingiustizia e l’oppressione è Basiji, ed è per questo motivo che diciamo che anche Edoardo Agnelli è Basiji.

Il Basij ha rapporti con altre organizzazioni islamiche o non islamiche di altri paesi?

Uno degli importanti obiettivi di Basij è quello di avere rapporti con organizzazioni simili a livello internazionale, sebbene personalmente non sia informato nei dettagli di queste relazioni. Ciò che posso affermare con certezza è che l’organizzazione più simile a Basij dal punto di vista dei valori e della dottrina è Hezbullah del Libano, che è un’organizzazione anti-imperialistica molto valida nelle sue attività. Basij ritiene uno dei suoi doveri avere dei rapporti di collaborazione e sostegno con organizzazioni come Hezbullah.

Cosa può invece dirci rispetto alla presenza e partecipazione di professori e studiosi all’interno del movimento?

Nel Basij dell’università, dei medici, dei professori ecc. che sono particolarmente attivi, non mancano gli ex-combattenti che dopo la guerra hanno studiato e si sono inseriti nei settori scientifici, hanno raggiunto alti livelli di istruzione e poi hanno costruito la sezione universitaria di Basij. Adesso ci sono anche dei professori giovani che non hanno vissuto la guerra ma credono negli stessi valori e ideali, aderiscono al Basij e sono anche molto attivi.

Rispetto alla situazione interna, al panorama politico iraniano con tutte le sue correnti, gruppi e movimenti, avete qualche posizione politica particolare?

Basij non segue nessuna corrente o partito politico e non deve soddisfare l’interesse di nessun gruppo. L’unica linea che segue è quella della Wilayat al-Faqih (1), obbedisce e segue solo gli ordini del Wali Faqih e secondo le sue indicazioni si impegna dovunque ci sia bisogno di lavorare ed operare.

Quale è invece il ruolo che ricoprono le donne nel Basij, e la loro partecipazione alle sue attività?

Già prima della guerra, e soprattutto dopo, le donne hanno avuto un ruolo fondamentale e significativo nel Basij. Per esempio nella nostra università “Allame Tabatabai” il ruolo delle donne è molto più importante di quello svolto dagli uomini. Adesso la situazione è molto favorevole per l’attività delle donne, e persino nel campo militare non ci sono limiti. Rispettando le norme islamiche, sono attive in tutti gli ambiti. Mia moglie stessa è Basiji, perché sapevo che solo una Basiji può corrispondere ai miei ideali e può accettare il mio modo di vivere...

Quali sono i modelli storici, politici e religiosi del Basij, le figure ed i personaggi a cui si ispirano i suoi membri?

La Guida Suprema della Rivoluzione ha pronunciato una bellissima frase: “Basiji vuol dire Alì, il quale era dedicato all’Islam con tutto il suo essere.” Oltre all’Amir al-Mu’minin e agli altri infallibili, gli shuhada (martiri) rappresentano altri importanti modelli per i Basiji. Gli shuhada, tra i quali alcuni come shahid Chamran , che nonostante avesse una vita lussuosa, un alto livello di istruzione e la migliore condizione di vita mondana, quando vide che l’Islam era in pericolo andò in Libano, fu uno dei personaggi più attivi ed efficaci nella formazione di Hizbullah in quel paese e quando iniziò la guerra imposta dall’Iraq venne in Iran e dopo tanti sacrifici divenne martire. Ci sono anche gli altri martiri come shahid Hemmat, Bakeri, Burujerdi, Kharrazi, o Haj Ahmad Motevasselian che è ancora nelle mani dei sionisti. Poi c’è Seyyed Hassan Nasrallah, che Rahbar (termine persiano che indica la Guida della Rivoluzione, Seyyed Alì Khamenei, n.d.t.) ha definito “la grande guida araba”. Questi sono alcuni dei bei modelli che i Basiji cercano di seguire ed imitare nella vita quotidiana.

Dopo la vittoria della Rivoluzione Islamica, i governi della Repubblica Islamica che si sono succeduti– anche a causa delle diverse situazioni oggettive in cui si trovarono ad operare– hanno avuto differenti orientamenti, programmi e modelli di lavoro. Quali sono i cambiamenti avvenuti nel Basij durante i governi di Rafsanjani, Khatami e in ultimo Ahmadinejad?

Dopo la Rivoluzione Islamica, fino al 1990, la maggiorparte delle attività di Basij era di tipo militare: questo era il suo ruolo principale, che è stato ben adempiuto. Dopo la guerra, in base alla situazione e alle necessità di ogni periodo, è cambiata molto la modalità delle sue attività. Ma i cambiamenti politici hanno avuto pochissimo effetto sulle attività di Basij e posso affermare che non hanno avuto alcun effetto percepibile. Il motivo è che non essendo un’organizzazione politica e per questa sua indipendenza da partiti e correnti politiche, i cambiamenti nella situazione politica del paese hanno pochissimo effetto su Basij.

L’ambito delle attività di Basij è cambiato molto e questo è dovuto alle priorità del momento. In ogni periodo c’è una priorità nuova, quindi un’attività nuova; ma questo non ha cambiato i valori e gli ideali. Nel Basij alcuni valori, principi e linee sono inalterabili. Per esempio il principio di combattere l’oppressione, seguire la Wilayat al-Faqih, il tawassul (2) e l’attenzione alla spiritualità, sforzarsi ad elevare il livello scientifico, culturale e politico del paese, il progresso della nazione e dei musulmani, sono dei principi fissi e non cambieranno mai. Le persone e le attività mutano, ma i suoi principi no! Ed è una cosa naturale.

Negli articoli e nei saggi che parlano di Basij al di fuori dell’Iran, una delle cose più ricorrenti, a cui spesso qualsiasi occidentale associa inevitabilmente il vostro nome, è il presunto sforzo che il movimento popolare islamico iraniano adoperò per obbligare i giovanissimi, quando non addirittura bambini, a recarsi al fronte di guerra. Cosa può dirci al riguardo?

Non posso avere ricordi personali dei combattimenti, perché sono nato nel 1981 e quando è terminata la guerra avevo solo 7 anni. Ma sono nato a Kermanshah, che è una delle regioni ai confini con l’Iraq, e nella mia infanzia sono quindi presenti molti ricordi del clima bellico. Vi posso però riportare i ricordi degli altri.

Io ho sentito ripetutamente dai miei amici e fratelli che erano così entusasti di andare in guerra che hanno persino alterato i loro documenti d’identità! Come si possono accettare le voci sugli adolescenti costretti ad andare in guerra!

Uno dei miei amici ha un simpatico ricordo a riguardo: lui è nato nel 1967 e nel 1980, anno dell’invasione da parte dell’Iraq dell’Iran, aveva 14 anni. Raccontava che quando è andato a iscriversi per andare in guerra, gli venne detto che era ancora piccolo e non poteva arruolarsi. Lui racconta che per poter iscriversi modificò la sua data di nascita nella carta d’identità, ma per ingenuità cambiò solo la data in cifre e non quella scritta in lettere. Poi si recò verso la sede d’iscrizione di Basij fingendo di essere più grande. Il responsabile guardò il documento e gli disse: “Hai cambiato la data ma ti sei dimenticato le lettere! Hai ancora 14 anni!...”

Insomma, voglio dire che questi racconti non corrispondono alle bugie che dicono sulla costrinzione degli adolescenti, i quali alteravano la propria carta d’identità e supplicavano i loro genitori per lasciarli partire per la guerra.

C’è un’intervista con un adolescente di 13 anni di nome Mehrdad Azizollahi proprio durante la guerra, che potete trovare cercando anche su Youtube. Vedete lo sguardo di questo giovanissimo uomo al mondo. Secondo me basta vedere questo filmato per capire che le cose che dicono sulla guerra sono solo menzogne.

Io stesso ero testimone di un episodio del genere. Un mio cugino è stato martirizzato nel 1986. Quando voleva andare in guerra era orfano, ed aveva due fratellini e sua madre sulle proprie spalle. La madre non riuscì a convincerlo a non andare e chiese a mio padre di parlargli e  cercare di farlo desistere. Mio padre andò da lui e gli disse di non andare in guerra poiché aveva due fratelli piccoli e una madre a cui doveva pensare. Lui gli rispose: “Questa guerra finirà e ci sarà sempre Dio a proteggere e aiutare mia madre e miei fratelli, ma il mio dovere oggi è andare in combattimento e nessuno potrà cambiare la mia decisione.” Mio padre dice: “Quando ho visto la sua fermezza ed ho sentito le sue frasi, sono rimasto senza parole e sono tornato”. Questi giovani sono entrati in guerra con una fede ferma e solida.

Avete probabilmete sentito la storia di shahid Hosseyn Fahmideh(3), il quale a 13 anni, imbottito di esplosivi, si buttò sotto un carro armato nemico. Cosa dimostra questo? Qualcuno lo aveva forse costretto a farlo?

Mentre è difficile che ad un giovane di 13 anni sia riservata persino una attività faticosa, loro andavano in guerra e facevano tali sacrifici. E’ forse possibile raggiungere questi livelli di sacrificio con la costrinzione?

Non è un mistero per nessuno che, a fronte di una gran schiera di giovani iraniani credenti e religiosi, ben visibile nelle moschee e nei luoghi religiosi, sia in crescita tra le giovani generazioni la diffusione di modelli, mode ed  idee estranei alla cultura islamica e iraniana. Quale è il giudizio di Basij, ed i suoi programmi per correggere questi fenomeni?

Ci sono due motivazioni principali per tale questione. Primo, ci sono i tentativi dell’imperialismo e dell’arroganza mondiale. L’arroganza, soprattutto i loro capi Israele e Stati Uniti, sanno che se questo pensiero (quello religioso e rivoluzionario, personificato da Basij, n.d.t.) si diffonde in tutto il mondo, non rimarrà più posto per loro. Sanno che la concezione che ha resistito contro di loro durante la guerra in Iran, in Libano, in Palestina, e che ha fatto vincere la Rivoluzione Islamica iraniana, è quella del Basij, e sono sicuri che finché rimarrà viva in Iran, non potranno mai sopraffare il nostro paese ed i musulmani, ed hanno quindi riunito tutte le forze per combattere il nostro credo.

Ma di che lotta si tratta? È una guerra culturale. Purtroppo questi giovani sviati che vedete sono frutto delle loro operazioni. Cioè frutto dei progetti dell’arroganza e della cultura americana che vogliono diffondere in tutto il mondo. E lo fanno tramite i media, le tv satellitari, internet e gli individui da loro pagati. Ogni anno spendono milioni di dollari per la guerra mediatica contro l’Iran. Molti di questi soldi vanno in tasca alle persone che vengono nel nostro paese e inveiscono! E purtroppo persone di queste genere non sono poche nelle nostre università.

Questo era un aspetto del problema. L’altro elemento siamo noi. Ammetto che mentre loro hanno lavorato, noi siamo rimasti fermi. Abbiamo trascurato e tralasciato molte cose, non ci siamo impegnati nel campo culturale, nel cinema, nell’arte ecc. Non abbiamo cercato di trasmettere questo nostro pensiero agli altri e purtroppo molti giovani hanno delle mancanze da questo punto di vista. Questo problema è presente nelle nostre università ma purtroppo molti non ne sono consapevoli, e i motivi come ho già detto sono due:

1- Il nemico ha lavorato bene,

2- Noi abbiamo lavorato poco e male.

Certamente sono state realizzati degli obiettivi, ma in modo insufficiente. Noi ammettiamo di aver sbagliato. Purtroppo l’organizzazione, per motivi quali l’ignoranza e la presenza di persone non adatte, non ha ottenuto i risultati desiderati. Questi membri non erano certo persone cattive o in malafede, ma non eranno adatti al lavoro assegnatogli. Qualcuno ha partecipato ad esempio a  qualche conferenza senza essere sufficientemente informato sull’argomento o non conoscendo bene la situazione di quel luogo. E’ possibile per esempio che sulla questione del rispetto dell’hijab, delle norme del corretto abbigliamento islamico, in uno, due o tre casi, siano stati adottati comportamenti bruschi, ma questi rarissimi casi sono diventati come un’arma nelle mani dei nemici, utilizzati contro Basij.

Insomma, ritengo che i motivi siano questi. Il nemico sta lavorando veramente bene e con tutta la sua forza. Ma dall’altra parte noi che crediamo in questi ideali e pensieri non abbiamo lavorato bene.

Comunque è ovvio che la guerra fredda sia più problematica dell’impegno bellico. Perché in guerra, anche se ti sforzi fisicamente, sai comunque chi è il tuo nemico, dove è posizionato, disponi delle tue armi e lo combatti. Hai anche una grande probabilità di vincere, perché credi in quello che fai, per quanto riguarda noi musulmani.

Ma nella guerra fredda, cioè quella culturale, il lavoro è molto difficile. Il nemico ti attacca da tutte le parti ed è nascosto. Nella guerra culturale molte azioni non si formano in modo spontaneo, conseguenziale. Mentre nella guerra militare tu vedi il nemico che s’avvicina, ti attacca, entra nel tuo territorio, nella tua casa e vedendo queste scene ti ribolle il sangue e non ce la fai a star fermo senza combattere, difenderai la tua casa anche a costo di perdere la vita. Nella guerra culturale non vedi il nemico e il suo avvicinarsi. All’improvviso ti svegli e vedi che tuo fratello, tua sorella, i tuoi amici e tutte le persone che ti circondano sono stati infettati dal nemico, ma tu non hai ancora capito come. Purtroppo il nostro problema nella società attuale è questo. La soluzione si otterrà quando le persone che credono veramente e fermamente in questa concezione scenderanno in campo e non permetteranno che l’avversario lavori meglio di noi.

Per esempio internet è in molte delle nostre case e l’età del suo utilizzo dall’adolescenza è scesa a quella dell’infanzia. Per capire il lavoro del nemico basta vedere quanti siti anti-sciiti e anti-rivoluzionari ci sono su internet, e quanti sono invece i siti pro-sciiti. Potrei dire che la proporzione è di 100 a 1. Loro sono cioè in azione 100 volte più efficaci di noi. A questo aggiungiamo la tv, il satellite, CD, ecc.

Quindi dobbiamo impegnarci meglio e rendere i nostri mezzi più efficaci. Per esempio dobbiamo aprire siti internet, canali satellitari, giornali ecc. Si tratta di un lavoro molto difficile.

Noi abbiamo dedicato la nostra Associazione alla sacra esistenza e persona dell’Imam Mahdi (aj) e abbiamo la certezza che dietro la protezione dell’Iran vi sia proprio il suo essere una terra benedetta dal dodicesimo Imam, dalla sua presenza e funzione, e troviamo numerose tradizioni (ahadith) a conferma di ciò. Qual’è il significato dell’Intidhar (l’attesa dell’Imam Mahdi) nei Basiji, come vedono il loro ruolo e il loro dovere in questo periodo di occultazione.

Noi crediamo che ciò che abbiamo realizzato è dovuto all’Imam Zaman (AJ). Basij è il proseguimento del pensiero della Mahdawiyah: noi abbiamo fondato Basij per preparare il terreno per la manifestazione dell’Imam Mahdi (AJ). La nostra più grande invocazione (du’a) è “O Dio, queste cose che facciamo noi non bastano, fà arrivare il Salvatore.” Ma il nostro sguardo è una visione costruttiva. Noi affermiamo che chi è in attesa del Salvatore deve essere prima giusto e poi deve cercare di diffondere la giustizia. L’attesa costruttiva secondo noi è questa. Ci consideriamo cioè dei veri muntadhir (coloro che attendono attivamente l’Imam Occulto) solo quando più di tutti cerchiamo di correggere la società. L’attesa non significa solo fare le preghiere e i lamenti ecc. La nostra attesa non è quella nei khaneqah(4) e nella solitudine, ma è un’attesa dinamica, realizzata vivendo nel cuore della società: questa è la vera attesa.

La concezione di Basij è subordinata a quella dell’attesa e se voi li separate non rimarrà niente di Basij. Se leggete i testamenti degli shuhada, vedrete quale era la loro visione sull’intidhar e su un futuro pieno di giustizia e salvezza. Troverete solo speranza. E dicono ai loro compagni e a chi leggerà i loro testamenti: “Sappiate che se continuate questa strada arriverete ad un futuro in cui tutto il mondo sarà pieno di giustizia divina”.

Il nostro obiettivo è quello di realizzare la società mahdawi, e la fine del nostro impegno sarà  quando questa società sarà realizzata.

Concludendo questa nostra intervista, quale è il consiglio per i musulmani italiani o i non musulmani che sono comunque interessati al pensiero di Basij...

Prima ai miei carissimi fratelli e sorelle italiane: siate consapevoli del vostro valore. Essere musulmano in Iran non è una cosa diffcile, portare il chador, l’hijab o la barba, fare la salat e il digiuno, non è difficile. Adesso per esempio è molto raro che troviate qualcuno che sta mangiando per strada, perché è il santo mese di Ramadan. Tutti i ristoranti, le pizzerie ecc. sono chiusi durante l’orario del digiuno. Non è quindi particolarmente difficoltoso rispettare le norme islamiche. Ma in Italia non è così.

Secondo : il vero jihad lo fanno coloro che vivono e rispettano l’Islam nei paesi in cui la maggioranza della popolazione è costituita da non musulmani. A mio parere essi stanno facendo il jihad.

Jihad fi sabilillah lo compie quella ragazza che rinuncia a studiare in Francia o in Turchia per proteggere il suo hijab. Secondo noi lei è al fronte di guerra e sta compiendo il jihad. E lo stesso vale per i nostri cari fratelli e sorelle in Italia. Quella sorella che porta l’hijab in Italia, o i giovani che rinunciano a tante cose, tanti “divertimenti normali” per i giovani occidentali, anche loro partecipano al jihad.

Per me che vivo in Iran è facile, perché tante di queste di queste cose non ci sono, quindi non ci penso e non devo neanche riununciarci, o se vado a cercarli neanche li trovo. Essi hanno invece tutto a portata di mano, ma per la loro fede e con la forza della loro volontà ci rinunciano, e questo è particolarmente meritorio.

Il mio consiglio è questo: conoscete il vostro valore e non vi stancate di lottare, siate sicuri che Iddio e l’Imam Mahdi (AJ) vi osservano e si prendono cura di voi e io sono sicuro che nel Giorno del Giudizio sarete ricompensati più di me e di quelli come me. Poiché state lottando in un campo irto di molti ostacoli. Il mio posto è comodo, siete voi che faticate ogni giorno per poter vivere l’Islam, per trovare la carne halal, per rispettare il puro (tahir) e l’impuro (najis), le norme riguardanti i mahram e non mahram (5), ed è molto difficile, mentre per me in Iran è tutto già predisposto ed organizzato. Io sono sicuro che il loro grado è molto più alto di tanti iraniani che vivono quì tranquilli e pretendono di essere musulmani, perché i musulmani italiani sono arrivati all’Islam con la certezza completa. Io vi dico di rimanere fermi su questa certezza. La vostra fermezza farà sì che insh’Allah anche altre persone vi seguiranno sulla vostra strada.

Ma a coloro che non sono musulmani consiglio di conoscere il vero Islam tramite le persone che lo praticano realmente, e secondo me il migliore esempio della nostra epoca per questo è l’Imam Khomeyni. Io consiglio a quelli che cercano la verità e magari hanno anche studiato tante ideologie e scuole di pensiero, di venire a conoscere l’Imam Khomeyni. Io sono sicuro che se veramente sono in cerca della verità, diventeranno musulmani. Noi crediamo che l’Islam sia stato realizzato nella personalità dell’Imam Khomeyni e di coloro che sono andati a combattere in guerra (durante l’aggressione irachena all’Iran Islamico) per l’Islam e sono diventati martiri. L’Islam si è realizzato in loro. Se avranno modo di conoscerli, anche se non diventano musulmani, come minimo simpatizzeranno per l’Islam.

E il mio consiglio è che se vogliono trovare la verità, devono seguire queste persone.

Noi crediamo che l’Islam sia il programma completo di vita per tutti gli essere umani. Devono vivere quest’esperienza e una volta vissuto il piacere della preghiera, del tawassul agli Imam (as), dell’avvicinamento all’Imam Zaman (AJ) e di sentirsi osservati e protetti da lui, devono leggere una volta con l’intenzione pura il du’a Ahd e du’a Nudba, solo in quel momento capiranno se l’Islam sia oppure no la migliore religione, e la scuola sciita la migliore dottrina.. Questo è il mio consiglio.

Come vostro fratello minore, mi ritengo un vostro servitore, e per me è un onore credere in una religione in cui credono anche persone come voi e per la quale persone come voi si impegnano. Prego Dio per il vostro successo.

L’ultima mia richiesta a voi è questa: sono certo che per i vostri sforzi in questa vita, nel Giorno del Giudizio avrete il permesso di fare shafa’a (6): fate shafa’a anche per me.

E’ inestimabile che qualcuno per la sua fede e per il suo credo accetta tutte queste difficoltà, sopporta tutte queste fatiche e cerca di diffondere la sua fede e il suo pensiero. Io stesso non ne sono capace e non mi ci vedo. Chiedo a voi che, alhamdulillah, avete questa volontà di lavorare, di fare shafa’a per me in quell’ultimo giorno in cui avrò bisogno di aiuto.

NOTE:

(1) Per una prima introduzione al concetto della Wilayat al-Faqih,

(2) Tawassul: si tratta dell’utilizzo delle cause di un effetto desiderato o ricercato. Nel linguaggio tecnico Islamico indica generalmente un mezzo di intermediazione affinché vengano soddisfatte le esigenze di un credente. Durante i primi tempi dell'Islam tutti i giuristi musulmani, ad eccezione di Abu Hanifa, concordavano sulla desiderabilità, e spesso anche necessità, del tawassul, ossia dell'intermediazione dei santi (profeti, Imam, martiri, eccetera) onde pervenire ad uno stato di prossimità con Dio. In alcune scuole e correnti di pensiero il grado di tale intimità divina dipende proprio dall'intimità che il credente stabilisce con una certa figura religiosa.

(3) Shahid Mohammed Hossein Fahmideh all’età di 13 anni decise di unirsi ai combattenti musulmani iraniani che nel sud del paese cercavano di fermare l’invasione da parte delle truppe irachene. Nel corso di una battaglia l’aviazione di Baghdad bombardò pesantemente le postazioni iraniane, causando molti martiri e feriti. L’operazione di bombardamento doveva servire per preparare il terreno per l’avanzata di terra dei carri armati ba’athisti. Shahid Fahmideh decise allora di gettarsi, munito di granate, contro un tank nemico, raggiungendo il martirio e distruggendo il mezzo militare. Questa coraggiosa ed eroica azione del giovanissimo combattente bloccò l’avanzata della divisione nemica. Celebre sono in proposito le parole dell’Imam Khomeyni: “Non chiamatemi guida. La vostra guida è quell’adolescente di 13 anni che con il suo piccolo cuore, il cui valore è più grande di cento parole e scritti, con delle granate si gettò sotto un carro armato e lo distrusse, bevendo il nettare del martirio.”

(4) Khaneqah: si tratta di un luogo di ritrovo, in genere frequentato dagli aderenti ad una determinata confraternita sufi, designato specificatamente per il ritiro spirituale e pratiche devozionali.

(5) Mahram: nella terminologia della giurisprudenza islamica si tratta di una persona con cui è proibito contrarre un matrimonio e, quindi, di un parente stretto. Varie regole islamiche inerenti l'aspetto sociale - come il dovere del velo per le donne, la proibizione del contatto fisico, eccetera - non necessitano di essere osservate con un mahram.

(6) Nel linguaggio tecnico Islamico indica un tipo di intercessione atta a soddisfare le esigenze spirituali di un credente, in ispecie in relazione all’Aldilà e al Giorno della Resurrezione. In accordo alla tradizione Islamica esistono tre categorie principali di shafa’ah: quella compiuta direttamente da Dio, quella compiuta da una personalità proba e pia (come i profeti, i sapienti e i martiri) e quella che comporta la richiesta del perdono divino (istighfar) da parte del credente.


 

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